Dalle Marche: le parole dei lavoratori
La crisi industriale marchigiana raccontata da quattro delegati: fabbriche dismesse, multinazionali e solitudine operaia.

Davanti ai cancelli dello stabilimento Electrolux di Cerreto, che la multinazionale svedese ha deciso di chiudere, c'erano tutti: i lavoratori del gruppo venuti da tutta Italia, le istituzioni con le fasce tricolori, le rappresentanze politiche d'ogni rito. Ma mancavano molti cittadini di quel paese e i movimenti sociali che animano le tante particolarità mosse dalle ragioni e dalla rabbia: i comitati ambientali, le reti sociali del volontariato, i movimenti contro le guerre e il genocidio.
Quella giornata e quella manifestazione sono state la rappresentazione più emblematica di una sconfitta che ha radici lontane. Le Marche sono state per decenni una regione manifatturiera importante e singolare, con industrie d'avanguardia e un modello, quello dei distretti, che ha valorizzato al massimo una cultura del lavoro fatta di grandi capacità operaie e di un artigianato capace di trasformare la manualità in innovazione nel modo di produrre e nei prodotti.
Di quella storia ora restano capannoni vuoti, marchi acquistati dalle multinazionali per usare brand e reti commerciali di manufatti prodotti altrove. Le cause sono molteplici, ma a tenerle insieme sono la cupidigia ottusa del capitalismo familiare e la subalternità delle istituzioni pubbliche, che hanno assecondato e favorito questa dismissione evitando, con ipocrisia, di usare gli stessi strumenti legislativi realizzati nella stagione dei governi progressisti: una legge contro le delocalizzazioni; una per la riconversione delle crisi attraverso l'impegno delle università pubbliche e il coinvolgimento diretto dei lavoratori nella direzione e nella proprietà comune delle nuove imprese; una per sperimentare modelli che prevedessero la riduzione dell'orario e consentissero nuove professionalizzazioni.
Enrico, Lorenzo, Davide e Alessandro sono quattro lavoratori, e delegati, di fabbriche diverse che hanno vissuto la medesima storia e condividono le stesse ansie. Ascoltare i loro racconti, le loro esperienze, la loro maturazione forgiata dalle lotte, dalle speranze e dalle sconfitte può essere una lezione utile per farsi domande e cercare un sestante diverso per uscire dalla tempesta.
Enrico: lo stabilimento Electrolux
Enrico, nato e cresciuto nello stabilimento oggi Electrolux, racconta di una fabbrica nata da artigiani geniali e di un prodotto, le cappe da cucina, che grazie alla tecnologia — i motori aspiranti in alluminio — e a un'estetica unica — l'incorporazione del camino — aveva conquistato i mercati del Nord America.
Parla dell'insufficienza del trapasso generazionale della proprietà, dell'arrivo della prima multinazionale che ha standardizzato la produzione e dei nuovi padroni che, nonostante uno stabilimento ancora efficiente e produttivo, obbediscono alle sensibilità finanziarie dei fondi che li dominano. Parla anche dei suoi compagni e delle sue compagne di lavoro: un'età media alta, nuove assunzioni precarie destinate a mansioni mai professionalizzanti e la determinazione a salvare quella storia se si presentasse una proposta di riconversione che sarebbero capaci di realizzare, invece della ricerca di un nuovo padrone che porti, più o meno in fretta, alla chiusura.
Lorenzo: la New Holland di Jesi
Lorenzo è invece della New Holland di Jesi, una joint venture a trazione Fiat che produce trattori di alta gamma, figlia di una delle tante fabbriche di mezzi agricoli della Vallesina. Anch'essa è nata dalla metamorfosi volenterosa di un artigiano ed è finita nelle mani di una multinazionale; oggi è appesa alle fluttuazioni di un mercato in crisi, ma soprattutto a una ristrutturazione funzionale agli indici di borsa del marchio.
Il risultato è stato un pesantissimo ridimensionamento dell'organico, frutto di un accordo salutato tristemente da un fragoroso applauso di quanti vi hanno visto la possibilità di uscire qualche anno prima dalle catene di un modo di produzione che l'efficienza multinazionale ha reso ancora più disumano.
Da qui nasce la riflessione di Lorenzo sulla mutazione non del lavoro, ma dei lavoratori e della loro solitudine. La spiega con un episodio simbolico dei suoi primi anni di lavoro: durante una vertenza che prevedeva la richiesta di riconoscimenti economici individuali, i delegati della fabbrica, accortisi delle difficoltà e delle paure dei giovani apprendisti, tramutarono quelle richieste nell'assunzione di tutti i giovani in prova. Difficile non scorgere la differenza, non leggere questo episodio come manifestazione della coscienza di classe e non vedere che questa non è data per sempre, ma si determina attraverso la materialità della lotta.
Davide: dalla Sima alla Caterpillar
La Sima è stata la fabbrica simbolo della «piccola Milano», come era chiamata la città di Jesi per le tante ciminiere della sua vasta zona industriale. Una fabbrica che a metà degli anni Settanta vide una lotta durissima, non solo dei lavoratori ma dell'intera città, per mantenerla in vita. Da quell'epopea è nato il libro-racconto La Simeide, che ne traccia i momenti più significativi e gli eroi: una classe operaia che scendeva in piazza, occupava strade e ferrovie e si portava dietro l'intera città, persino i sacerdoti delle parrocchie.
Lì lavora Davide. Quell'azienda fino a ieri si chiamava Caterpillar), perché, come le altre fabbriche, era finita nella pancia di una grande multinazionale. Da un giorno all'altro, racconta, nel bel mezzo di una trattativa che avrebbe dovuto avere all'ordine del giorno la stabilizzazione di alcuni precari, l'amministratore della sezione italiana comunicò invece la chiusura dello stabilimento.
I lavoratori risposero con oltre 40 giorni di blocco dei cancelli, assemblea permanente e manifestazioni in città; Natale e Capodanno furono festeggiati nel parcheggio. Anche lì arrivò la processione delle autorità e dei politici, dice Davide, alla ricerca di un selfie operaio. Poi la trattativa al ministero: sembrava una vittoria, con una nuova proprietà. Oggi, dopo quasi tre anni, resta il sapore di una beffa: ancora tanta cassa integrazione, pochi rientri e molti che hanno cercato un altro lavoro.
I numeri sono lì a ricordarlo: erano 270 lavoratori, ne rientreranno solo 90 e oggi, a turno, sono in fabbrica soltanto 40. Da metalmeccanici a lavoratori della plastica, dall'alta professionalità dei tornitori specializzati al controllo di macchine stampanti. Anche lì, il sogno di una fabbrica che rinasce nelle mani dei lavoratori e la consapevolezza che in pochi anni resteranno soltanto i ricordi.
Alessandro: dalla Ariston alla Beko
Infine Alessandro. La sua fabbrica è la Beko, che produce elettrodomestici, ma prima sulle insegne dei capannoni c'era la scritta Ariston: l'orgoglio del capitalismo marchigiano, l'azienda dei Merloni che avevano trasformato il Fabrianese in un principato dove ogni attività portava il loro nome, non solo quelle produttive ma anche quelle civili, politiche e sociali.
Non solo una crisi, ci dice, ma una fuga fatta di false promesse, a cominciare dalla qualità del nuovo proprietario: la Beko, un'altra multinazionale e già concorrente del gruppo fabrianese, che appena giunta ha lavorato con geometrica determinazione per smantellare il sito. Produzioni secondarie e accessorie, cassa integrazione, conflittualità programmata con gli altri stabilimenti del gruppo e, con questa, un'evidente conflittualità tra operai, alimentata anche dalla finta battaglia tra le istituzioni territoriali.
La solitudine operaia e la rappresentanza
Questi racconti hanno permesso di continuare la discussione sul comun denominatore di tali vicende e hanno aggiunto una riflessione sul rapporto tra le lotte e una politica incapace di coglierne il punto di vista: la centralità del lavoro e il bisogno del protagonismo operaio, sacrificato alle regole e ai riti della governabilità, che non sa esprimere idee e progetti all'altezza del bisogno di alternativa contenuto in quei conflitti.
Di qui la solitudine operaia, che diventa perdita di coscienza. Dice Lorenzo: «Se ai cancelli si presentasse Diogene a chiederci chi sei, pochi risponderebbero: un operaio». La percezione di sé è figlia di questa cesura sentimentale con la rappresentanza, politica o sindacale, riempita dalla rabbia populista che spiega la polverizzazione in mille resistenze spesso, nella sostanza, indifferenti le une alle altre.
La crisi industriale delle Marche è solo un esempio, pur peculiare, delle ragioni della sconfitta. Tuttavia, vista con gli occhi di chi la subisce, propone una domanda essenziale sulle forme della rappresentanza sociale del lavoro e chiede azioni e strumenti per praticare una democrazia proletaria che consenta a Enrico, Lorenzo, Davide e Alessandro di essere, oltre che generosi protagonisti di quelle lotte, la ragione e la guida di nuove esperienze capaci di rompere la gabbia delle soluzioni governamentali e costruire forme nuove di rappresentanza, orizzontali e partecipate.
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Dieci anni di vertenza, una chiusura annunciata, l'arroganza della multinazionale e una lotta operaia che ha imposto la reindustrializzazione. Si chiude con la Tea-Tek e il Green Factory.