La fabbrica del nemico
Lo sfruttamento dei migranti è una scelta strutturale del capitalismo: la clandestinità forzata trasforma il lavoro in ricatto e alimenta la guerra tra poveri.

La categoria di estrattivismo sociale di recente avanzata dallo studioso Alessandro Scassellati ha suscitato un largo interesse. Scassellati colloca, anche sul piano teorico, la questione migranti — lo sfruttamento dei migranti — come scelta politica ed economica strutturale di un capitalismo maturo ma stagnante.
Ritengo una torsione imperialista e bellicista l'ossessione della nozione «valori occidentali», di stampo squisitamente neocoloniale. Penso, col Fanon di I dannati della terra, che la mano invisibile del mercato del lavoro precarizzato trova la propria protesi disciplinare nel pugno di ferro di uno Stato che da sociale diventa sempre di più uno stato di guerra, di polizia, securitario e panpenalistico.
Intorno al soggetto migrante viene costruita, anche sul piano giuridico, la figura del nemico. È quindi un giusto salto di scala analitico l'uso della categoria di estrattivismo sociale, la quale mette a tema lo sfruttamento dei migranti come scelta politica ed economica strutturale di un capitalismo maturo ma stagnante.
Il consenso delle destre consiste anche in una rendita di posizione economica del variegato mondo del ceto medio.
I riferimenti sono soprattutto allo stato sociale privato delle numerose famiglie, così come ai profitti aziendali decisivi per le strutture economiche in alcuni settori come il raccolto nei ghetti agricoli, l'allevamento animale, la pastorizia. Penso inoltre anche alla sanità, alle attività di cura e ad alcuni settori industriali metalmeccanici.
Qui si evidenzia un ossimoro politico, che è la metafora della disconnessione — sempre più drammatica — tra capitale e democrazia costituzionale. I migranti sono segmento essenziale della nostra società, nel rapporto tra capitale e vita, eppure il liberismo in Europa accentua la torsione verso il patriarcato, il suprematismo bianco, il razzismo.
Il migrante che noi sfruttiamo diventa minaccia, la sua libertà un problema di ordine pubblico.
Presunti intellettuali cosiddetti «rosso bruni» sposano la remigrazione in nome del proletariato, citano Marx in modo grossolano.
In Marx i movimenti generali del salario e del lavoro sono regolati esclusivamente dall'espansione e dalla concentrazione dell'esercito industriale di riserva. Cioè dalla massa di lavoratori disponibili che il capitalismo produce e utilizza per disciplinare il lavoro salariato. Non esistono concezioni etniche, quel che conta è la collocazione delle persone nei rapporti di produzione. Non è la nazionalità dei lavoratori a determinare il costo del lavoro ma il rapporto di forze tra capitale e lavoro.
Ciò vale per i migranti come per i precari e per tutti gli sfruttati.
E conta molto l'organizzazione e la capacità di rappresentazione del proletariato. Il razzismo serve, infatti, a discriminare i lavoratori per etnie. Una forma feroce di governo della forza lavoro. Serve al capitale per sostituire il conflitto di classe con il conflitto orizzontale tra sfruttati.
Limiti dell'autoritarismo liberale e minaccia della clandestinità forzata
Questo tema sarà sempre più centrale nelle politiche strutturali ma anche democratiche.
Un tema che riguarda la qualità del nostro anticapitalismo. Le destre fomentano la disarticolazione e la frantumazione rancorosa della società civile perché penetri in tutti i pori del Paese la guerra tra poveri, saldando così razzismo istituzionale e confuso e alimentato razzismo popolare.
È molto debole il contromovimento della risposta liberale: i migranti sono indispensabili all'economia nazionale, ci salvano dal collasso dell'INPS, fanno i lavori che gli italiani rifiutano.
Questa tesi avalla di fatto l'argomentazione in base alla quale l'attuale livello di sfruttamento schiavistico è connaturato alla nostra economia.
La legge Bossi-Fini è ancora in vigore: un lavoratore migrante che perde il lavoro, magari perché esige un salario dignitoso, perde col contratto la sua condizione giuridica di soggetto libero, piomba nella clandestinità ed è quindi costretto ad accettare la condizione di schiavo che gli viene imposta dall'accumulazione capitalistica predatoria. Con l'abrogazione di fatto dell'asilo — articolo 10, terzo comma, della Costituzione — e con la minaccia di remigrazione, si opera, insieme, contro l'umanità e contro un governo legittimo della forza lavoro migrante e autoctona.
Per questo la costruzione dell'unità di classe dunque non può che essere meticcia.
Evitando lotte intestine tra segmenti migranti usati poi come ricatto.
Negli ultimi anni lotte e provvedimenti legislativi hanno fatto fare passi avanti. Penso ad alcuni contratti sindacali collettivi di settore, penso alle lotte contro caporali e padroni a Nardò, nelle piane calabresi del bergamotto, a diverse altre esperienze. Penso anche a grumi di autorganizzazione in alcune aree metropolitane, declinati sul diritto costituzionale all'abitare e ai servizi.
La cittadinanza per contrastare il rancore sociale e agevolare la ricomposizione
Questo è la strada inevitabile. Il conflitto per la redistribuzione viene ingabbiato nella dinamica cinica e feroce del rancore contro i migranti, si oscurano i rapporti di potere di classe. La riduzione progressiva dello Stato sociale viene addebitata allo straniero, colpendo così il migrante e l'autoctono senza danni per il capitale e i governi.
Uno schema che nell'America trumpiana comincia a registrare reazioni e ribellioni. Ciò anche grazie a sponde di organizzazioni socialiste radicali e a sindaci come Mamdani.
Qui da noi ancora non ci siamo, la cittadinanza è la piattaforma di solidarietà per la quale lottare. I diversi diritti in gioco, a partire da quello al voto amministrativo, non sono concessione etica ma necessità costituzionale.
Solo legando le rivendicazioni della classe lavoratrice autoctona con le battaglie di emancipazione e sindacalizzazione della popolazione migrante sarà possibile cambiare gli equilibri politici del Paese e costruire una diversa egemonia di progresso.
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