L'operaio Enzo Caiazza e la nostra ricerca sociale
Dalla sconfitta operaia alla nuova composizione del lavoro: la lezione di un militante capace di leggere in anticipo le trasformazioni del capitalismo.

Nei giorni scorsi abbiamo ricordato in modo solenne il giovane operaio Fiat, Enzo Caiazza, licenziato nell'autunno del 1979, unitamente ad altri 60 compagni di lavoro — i cosiddetti 61 — perché era uno capace di ragionare e guidare le lotte.
Quella ingiustizia fu solo il preludio allo scontro aspro che si giocò di lì a poco in Fiat tra impresa e operai, tra capitale e lavoro.
Infatti l'anno dopo la Fiat pose sul tavolo la richiesta di quasi 15mila licenziamenti, poi riconvertiti — dopo lunghi e durissimi giorni di lotta — in più di 20mila provvedimenti di cassa integrazione a zero ore.
Fu quello il passaggio cruciale in cui si rovescia la vicenda del Paese, in cui cambiano i rapporti di forza sociali, in cui ci si avvia alla sconfitta definitiva del movimento operaio storico.
Quella generazione operaia, da noi come in altri Paesi europei, era stata protagonista assoluta per almeno un decennio — gli anni tra i Sessanta e i Settanta del Novecento — giungendo fin sulla soglia di una rottura di sistema.
E comunque ha interferito, come mai prima di allora, con i margini di profitto del capitale e la sua stessa funzione di comando.
Il Sessantotto in fondo nasce lì, operaio massa e studente di massa quasi si fondono, perfino nelle caratteristiche antropologiche e culturali.
Quella di quegli anni era una classe operaia giovane, in larga parte arrivata al Nord dalle campagne del Mezzogiorno e che non portava su di sé il segno delle sconfitte degli anni Cinquanta né la memoria della Resistenza e dei suoi miti ideologici.
Una classe lavoratrice figlia dell'industrializzazione, della grande impresa e di un ciclo economico che fece gridare al miracolo.
Parliamo di una stagione in cui i dipendenti Fiat in Italia erano molte decine di migliaia: solo a Mirafiori, nel 1971, tra operai e impiegati, più di 60mila.
È attualità di queste ore la grande e complessa questione dell'Ilva di Taranto.
A Bagnoli, dopo circa un trentennio, si discute come e in che direzione riqualificare l'area dismessa dall'acciaieria.
Taranto e Bagnoli erano centri siderurgici di importanza europea, occupavano migliaia e migliaia di operai, esprimevano una forza enorme di contrattazione e furono avanguardia della lotta meridionale per fuoriuscire dalle gabbie salariali.
A conferma, peraltro, che il tema del salario non sta, dunque, fuori il ciclo economico di una comunità e dei più complessivi rapporti di forza sociali.
L'operaio Enzo Caiazza, anche se giovanissimo, di quella stagione fu un vivace e generoso protagonista.
Soprattutto fu acuto e intelligente nel capire, prima e più di altri, che la fine di quel ciclo storico, per quanto drammatica, poteva non essere necessariamente la fine di tutto.
Se solo si fosse tentato di cogliere per tempo le grandi trasformazioni del capitalismo e interpretare e organizzare la potenziale nuova composizione di classe fatta di precari, giovani lavoratori, proletariato cognitivo, migranti e così via, che andava visibilmente emergendo.
Veniva da un piccolo paese in provincia di Salerno, Enzo Caiazza, dove amava tornare ogni tanto per andare a raccogliere funghi e ciliegie. Un ragazzo esuberante, semplice e buono. Fu soprattutto un operaio modernissimo, in qualche modo incarnò la transizione tra la classe operaia di quel tempo, l'operaio massa, e le nuove figure del lavoro, una sorta di operaio sociale, che intanto venivano avanti.
Non fu capito né ascoltato, lui come altri.
L'esaurirsi di quel ciclo, il declino del modello fordista, lo sviluppo delle innovazioni e delle tecnologie avevano prima indebolito, poi letteralmente polverizzato, la forza di quella classe operaia disperdendone organizzazione e coscienza.
Tappe emblematiche della sconfitta furono proprio quel duro conflitto dei lavoratori Fiat, con il blocco degli stabilimenti, contro i licenziamenti e la cassa integrazione a zero ore nel 1980 e il decreto-legge 17 aprile 1984, n. 70 di abolizione dei punti di scala mobile nel 1984.
Abolizione poi confermata al successivo referendum del 1985 con la bruciante vittoria del no.
La misura di copertura automatica dei salari fu poi definitivamente cancellata nel 1992, ma a quel punto la sconfitta operaia e sindacale, e il rovesciamento dei rapporti di forza anche politici, si erano ormai largamente consumati.
L'insorgenza dei giovani istruiti del 1977 toccò punte di scontro, con il tradizionale movimento operaio, frontali e radicali.
Appena un anno dopo si consuma, in un groviglio di fattori non tutti chiariti, il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro da parte del terrorismo brigatista.
Forse era una storia ormai scritta, ma è certo che l'ultimo Berlinguer “operaista”, quello della lotta ai cancelli di Mirafiori e poi del referendum contro il taglio della scala mobile, non trovò in quella nuova composizione sociale di classe, che si annunciò con quel semiproletariato istruito e acculturato, un alleato socialmente prezioso, pagando forse il giudizio sprezzante di “diciannovismo”.
Nel Sessantotto il Pci aveva, pur con difficoltà, saputo aprire un dialogo con giovani e studenti e con la stessa radicalità di quella classe operaia in fase ascendente, costruendo da lì la sua grande forza espansiva fino alla metà degli anni Settanta.
Al contrario si contrappose invece duramente al movimento del Settantasette: l'accusa di diciannovismo, le inchieste e gli arresti del 7 aprile 1979 decapitarono il vertice del movimento dell'Autonomia, spianando forse la strada ai loro competitori armati.
E fu rottura con tutta una generazione.
Ovviamente non sfugge che quello fu un movimento diverso dai caratteri che ebbe il Sessantotto: erano diversi il Paese, il ciclo economico e il quadro internazionale.
Probabilmente non c'erano le condizioni per evitare quello scontro che è stato poi fatale a tutti.
Eppure è difficile cancellare il dubbio di un errore, senza il quale forse quel movimento poteva essere la carta di alleanza sociale che il segretario del Pci poteva giocarsi sottraendosi all'isolamento e alla sconfitta, ai cancelli di Mirafiori prima e al referendum sulla scala mobile dopo.
Oggi vediamo che il dibattito sul salario, e sul salario minimo legale, si svolge in forme del tutto scisse da concreti corpi sociali. Tutto nell'empireo del politicismo sterile e della propaganda di scarsa qualità.
Di per sé, il salario minimo legale non è una cattiva cosa, ci mancherebbe. Anche se spesso i paragoni con altri Paesi europei sono fatti con troppa approssimazione. È però un dibattito che rischia di essere fuorviante.
Rovescia di fatto il nesso temporale tra evento e norma. È l'evento — una lotta, una vertenza, un movimento che guadagni un rapporto di forze favorevole — che può consentire alla norma poi di nascere. Di registrare ciò che nel rapporto sociale si è già dato. Qui, al contrario, si rischia di ragionare sulla sabbia, come se in assenza di un vero e nuovo movimento del lavoro si potesse realizzare chissà cosa.
Per questo torna come essenziale la lezione di un operaio come Enzo Caiazza, che fu capace con il suo stesso modo di vivere, anche se incompreso, di intuire che analizzando i processi profondi e facendo ricerca sociale — invece che perdere tempo dietro le fragili e inutili sirene del politicismo — dopo la sconfitta forse poteva esserci ancora una strada.
Enzo per me era anche un amico caro, ma lo ricordo qui soprattutto perché il suo breve ma intenso cammino ci aiuta ancora oggi a provare quella strada, a riaprirla.
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