Analisi e inchiesta

Coscienza di classe nel mondo digitale

Dal decentramento produttivo al dominio degli algoritmi, la classe si è scomposta. Il territorio può diventare il luogo di una nuova ricomposizione sociale.

di Achille Flora—5 min di lettura
Postazioni di lavoro in un call center
Postazioni di lavoro in un call center

L'incipit di questo articolo è dedicato al saluto di benvenuto alla neonata rivista di Scienza e Classe che, con l'obiettivo d'individuare un nuovo soggetto della trasformazione, propone un approccio che metta a confronto due campi di ricerca, trasformazioni scientifiche e loro incidenza sulla composizione sociale, per poter definire caratteristiche e potenzialità di “una nuova classe del lavoro, riorganizzata e unificata”1.

La classe operaia, dalle punte massime di forza e impatto sociale, raggiunte negli anni '60-'70, vive oggi una fase di arretramento delle sue capacità di autodeterminazione e difesa delle condizioni lavorative entro cui si svolge il processo produttivo. Il punto di svolta è nel 1973, anno di cesura tra le grandi concentrazioni operaie prodotte dal modello fordista e la sua scomposizione operata dal decentramento produttivo, nel Paese e su scala internazionale. Un provvedimento che, se da un lato ha disperso e indebolito la forza operaia, dall'altro ne ha “sfarinato” la coscienza di classe, nell'accezione marxiana, “in sé” come posizione oggettiva nella struttura economica e “per sé” come sviluppo di una coscienza dei propri interessi e capacità di azione collettiva. La Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno e Marcuse) aveva avvertito della possibilità che, nelle economie avanzate, il capitalismo, attraverso il consumo di massa, avrebbe attenuato i conflitti. Tema che assunse rilievo nel movimento di contestazione culturale degli studenti ma ebbe effetti ridotti sulla classe operaia.

L'avvento del potere delle macchine

Non fu l'integrazione consumistica ad indebolire coesione e forza, ma incise per primo il decentramento produttivo su scala nazionale e internazionale, sancendo il passaggio dal fordismo al post-fordismo, riducendone la dimensione media d'impresa. Fu la scienza a completare l'opera con l'innovazione tecnologica, particolarmente con lo sviluppo informatico. Il passaggio ad un'economia digitale rivitalizzerà la scomposizione del ciclo produttivo, legandone le diverse parti per via telematica e modificando il modo di estrarre valore. Non sarà più solo la fabbrica a produrlo ma scaturirà dall'interazione sociale, incorporando anche il lavoro intellettuale, immateriale, cognitivo.

L'aveva anticipato lo stesso Marx nel “Frammento sulle macchine”, estratto dai Grundrisse2, poche pagine redatte nel 1857-58, in cui non solo rilevava la trasformazione del rapporto tra operai e macchine, con le macchine a rappresentare l'evoluzione dominante sul lavoro vivo e – quest'ultimo – trasformato in mera appendice delle macchine. Marx, nel Frammento, individuava nel General Intellect, come sussunzione della scienza nel macchinario, un'anticipazione dello sviluppo futuro, che eleva i macchinari ad un potere di estrazione del valore prodotto dall'interazione sociale, che si ergono anche come capacità di controllo e dominio sociale. Marx guardava allo sviluppo tecnologico come possibile liberazione dal lavoro necessario, base di costruzione di una società liberata dallo sfruttamento. Era una speranza o un'illusione che sedusse anche i movimenti giovanili del 1977, ma la realtà è andata diversamente.

Dall'operaio sociale alla decomposizione delle classi sociali

A metà anni '70, la progressiva marginalizzazione del lavoro salariato in fabbrica e la rivalutazione del lavoro intellettuale avevano fatto leggere questa trasformazione come una possibilità di liberazione dalla coercizione e dal controllo individuale nel lavoro. La definizione di una nuova figura, l'operaio sociale, aveva fatto sperare in una liberazione dallo sfruttamento, in una valorizzazione delle capacità autonome di decidere come, dove e quando lavorare. La realtà si è mostrata molto diversa.

L'autonomia dallo sfruttamento non si è sviluppata poiché le macchine hanno acquisito un potere autonomo di controllo sul lavoro, sostituendo le figure dei capi-reparto con strumenti digitali di controllo, come gli algoritmi, molto più pervicaci e invasivi. Il ritardo sindacale nell'adeguare gli strumenti di tutela alla precarietà del lavoro, vissuto oramai individualmente e senza forza sociale e contrattuale, ha progressivamente destrutturato la dimensione di classe e la relativa coscienza in sé e per sé.

Una decomposizione delle classi sociali con una trasformazione della società in singoli individui privi di legami sociali, come ipotizzato dalla teoria neoclassica dell'economia, che si è estesa dai lavoratori di fabbrica fino ai disoccupati. Prima aggregati e impegnati in lotte sociali per lavori di utilità sociale, poi isolati ad attendere l'elargizione individuale di un reddito di cittadinanza o d'inclusione. Pur nella positività di tali interventi, per lenire le condizioni di povertà estrema, pesa il loro effetto di isolamento dal contesto sociale di riferimento.

Il ritorno al territorio come luogo di ricomposizione sociale

Le emergenze che abbiamo oggi di fronte, ambientali, di lavoro irregolare e povero, con aumento delle diseguaglianze sociali, unitamente alla perdita di un referente sociale diluito in una moltitudine indifferenziata, complicano il proposito della rivista Scienza e Classe di ricostruire un referente sociale in grado di affrontarle. Il territorio può rappresentare, oggi, il luogo potenziale di una ricomposizione sociale, poiché le emergenze tematiche, prima richiamate, sono tutte concentrate in tale ambito3. Certo dipendono da scelte esogene che confliggono con gli sforzi di sviluppo locale. Dai flussi internazionali, come flussi di capitali instabili, governati da logiche speculative di breve periodo a produrre continue crisi finanziarie; ai flussi turistici che, gonfiando la rendita urbana, attivano forme di gentrificazione ed emarginazione territoriale della popolazione, fino all'ambiente concepito come luogo di scarico delle eccedenze di popolazione e rifiuti. Superata ogni visione di zoning come organizzazione funzionale del territorio, oggi siamo di fronte ad un diffuso sprawl urbano, verso aree periferiche o interne, d'industrie manifatturiere tradizionali, micro o piccole, espulse dalle aree centrali, che provano a recuperare competitività di costo ricorrendo a lavori irregolari e – come ultima frontiera – bruciando residui di lavorazione all'aria aperta, in contraddizione con la salute delle popolazioni e la vivacità delle imprese agroalimentari, oggi con un ruolo rilevante nell'export internazionale. Comportamenti frutto della perdita di una “coscienza di luogo”4 come coscienza di potenzialità e fragilità territoriali.

Fabbriche ed operai non sono scomparsi, ma il sindacato fatica ad entrare nei piccoli opifici, anche limitato da un'organizzazione verticale, eredità del modello fordista, mentre la scomposizione della classe in una moltitudine di figure sociali diverse richiederebbe un'organizzazione orizzontale.

Da qui bisogna ripartire, da quest'insieme eterogeneo di figure sociali, dalla ricchezza delle loro istanze ambientali, culturali, di diritti alla partecipazione. Un mondo in cui può crescere cooperazione, solidarietà e cura territoriale, anche piegando i nuovi strumenti tecnologici, come l'IA, per alimentare una “democrazia dei luoghi”, emarginando comportamenti autodistruttivi, facendo emergere una visione del territorio come materia viva e ricca di risorse nascoste da valorizzare. Modello opposto a quello guidato da una crescita senza limiti e rispetto ambientale, perché centrato sull'auto-valorizzazione dei beni comuni.

Continua a leggere — Analisi e inchiesta